usignolo
usignolo armonioso
mi ha nutrita
spiga di grano
e di sole
mi ha dissetata
ruscello nascosto
e di frescura
mi ha riscaldato
grandi mani d'amore
con le carezze
che ancora mi sfiorano
quante volte la vita
nel mio ostinato volere
la mia felicità per sempre.
non ho mai acceso una luce votiva
per sedurre la fortuna,
quello che ho avuto é arrivato così
quando mi hai preso per mano
e mi hai portata con te
dalla tua pallida sera
verso la prima alba
dei nostri giorni insieme.
La nostra incandescenza
é rimasta incorrotta,
nei tanti anni passati
dalla tua grande assenza,
ho vissuto senza te,
come un destino da portarsi avanti
una vita da compiersi, comunque.
Ho visto te nei figli, in tutti,
e non sono mai rimasta sola.
se la vita non ci avesse tradito
quella notte di maggio,
caro,
saremmo ancora insieme
con tutti i nostri anni addosso,
accettando sereni oltre la gioia
anche i dolori della nostra storia
e con naturalezza
ci terremmo per mano
e aspetteremmo, nelle dolci albe
l'arrivo della notte,
la nostra
ogni giorno
poesia-riflessione di Pietro, il mio nipotino di 12 anni
indifferernza
l'innocenza
come una barca all'ancora
Quanne nascette Ninno, un bellissimo antico canto natalizio procidano
era notte e pareva miezo juorno.
Maje le stelle lustre e belle
se vedettero accossì
e a cchiù lucente
jett'a chiammà li Magge dall'Uriente
No 'nc'erano nnemmice per la terra
la pecora pasceva co' u lione
co e caprtette se vedette
u liupardo pazzeà:
l'urzo e lo vitiello
e co lo lupo 'ncapace o pecoriello.
Se rrevotaje 'n somma tutt'o Munno
lu cielo, a terra, o mare e tutt'i gente.
Chi durmeva se senteva
'n pietto o core pazzeà
per la priezza;
e se sommava pace e contentezza.
Guardavano le ppecore i Pasturi,
e n'Angelo sbrannente cchiù d'o sole
comparette e dicette:
no ve' spaventate no
contento e riso;
la terra é arreventata Paraviso.
A buje é nato ogge a Bettalemme
du munno l'aspettato Salvatore.
D'int'i panni o trovarrite,
nu putite maje sgarrà,
arravugliato,
e dinto a lo Presebbio curicato.
quasi bambina
Inseguo la chimera
di una vita senza età
scandita ormai soltanto
dal mio esserci, ora.
ma esisto ogni momento
e sprofondo veloce
nel mio tempo che scorre:
aspetto una carezza
per non vivere da sola,
domani,
l'elementare follia della vecchiaia
per arrivare innocente alla mia fine
io, ormai quasi bambina
la controra
le formiche erranti in processione
tracciano una storia senza fine,
senza refole tra i rami,
i gelsomini profumeranno ormai
soltanto a sera
e le lucertole scappando
smuovono la terra del giardino,
rosa come il sole che la inonda
(Il vento ci ha posato della sabbia)
il mare é fermo all'orizzonte,
sono appena le due del pomeriggio
senza memorie
i miei ricordi
e quante volte son fuggita via
da loro
quante volte ho finto con me stessa
di aspettare il tuo ritorno
a sera
e quante volte ancora
ho giocato con la vita
per mescolare l'ieri e l'oggi
senza riuscirci mai:
la paura di soffrire e di gioire
mi attira e mi respinge sempre,
meglio sarebbe stato
essere nata ieri,
così, senza memoria
se fossi una circassa
se fossi una circassa avrei degli occhi neri
ed il respiro degli uomini sul collo
se fossi una circassa odorerei di mare
ed i miei passi traccerebbero di rosa
la sabbia appena tiepida,
di sera,
così come il serpente
nel suo cesto di ipnosi,
io ballerei, sonnambula,
e tu mi coglieresti l'anima:
non voglio un suonatore che mi incanti,
ma guardami!
il mio nulla è lucente
come l'orgoglio che mi porto addosso
e che mi rende altissima:
non puoi raggiungermi neppure con un grido
non ti rispondo più,
ma nel mio guscio vuoto e senza fondo
l'eco che mi risveglia,
mi trascina fatale verso quel grande nulla
che ormai raggiungerò serena
nel subito che tarda;
se fossi una circassa
io ballerei sonnambula
e tu mi coglieresti l'anima
e il vuoto che mi aspetta qui ogni sera
sarebbe colmo,
ma ormai.
sento ancora
emozioni
fatalità
mancanza
panarea
senza coscienza
del tuo destino di bellezza
la tua difesa, la sola
sono i tuoi muri bianchi
l’odore
improvviso
dei tuoi rari fiori
l’immensità che raccogli
nella tua gente bella
nella misurata
tua
piccolezza
isola più di tutte
e più sola
la tua ignoranza è più vita
tu sei soltanto Panarea
ma guarda
il tuo mare è immenso
ed è te.
mattina a panarea
arriva
vieni
corri fra le mie braccia brune-
il sole mi ha svegliata
tante volte
senza che tu apparissi
cè una spuma bianca di mare
per noi
c’è, di là dal monte, un’oasi
di uva nera
lo sai?
dalle tue labbra umide
il succo sgorgherà sulle mie dita
corri,
la sera ci coglierà qui
e senza vento sarà la notte
vieni,
tra poco
il gelo mi ricoprirà-
fai presto.
gondola veneziana alla mostra
aspettando gente alle mostre
non so amare
la mia estate
quasi estate
la mia collina
non c’è bisogno di dirsi più nulla.
le parole hanno consunto
la superficie delle nostre mani
ed il respiro che non si trattiene
ha coperto di vento le nostre sponde
le cose che fai – le cose che faccio -
senza parole
sono buchi di brina
lasciami andare
io ritorno sulla collina più verde.
lassù ho lasciato me stessa
un giorno
per cercare te
ai miei bambini
quando ero fanciulla
stagione covata di nulla
quest’età senza età
e ti ho riconosciuta
senza i fiori che avevi un tempo
fra i capelli
senza il verde tuo sangue
che ti arrossava le guance
mi sei danzata innanzi
con ritmi di luna
e l’autunno
ha tinto di lillà
le altissime sponde del fiume
senza pesci è il rumore
che cade
dall’acqua
è quasi un silenzio
ti ho riconosciuta
e l’arco della tua danza
ha reso affannoso ora il respiro
chiamarti ora è inutile
fermarti con alti gridi
nella notte
sarebbe chiamare la morte